martedì 6 dicembre 2016

Ma quali competenze digitali?

Sabato 26 novembre sono stato invitato dalla dottoressa Tirocchi dell’università di Torino e dalla dottoressa Taddeo dell’INDIRE, responsabili scientifiche di una ricerca sulla Transmedia Literacy nell’ambito del progetto Horizon 2020, a riferire sulle prime esperienze e sulle attività collegate.
Il contesto era l’interessante Festival dell'educazione 2016 che sta diventando un appuntamento di riferimento importante per la scuola e la formazione in generale.
Fra gli interventi più brillanti si è segnalato senza dubbio quello del professor De Luca, dirigente dell’ ITIS "Avogadro" di Torino, che partendo dalla problematicità del concetto di “nativi digitali” ed evidenziando le difficoltà, talvolta anche di ordine giuridico, per l’affermazione del digitale, concludeva sottolineando che la scuola non può perdere di visita innovazione e progresso senza perdere valore e significato per i giovani e per società.
Proprio partendo dai “nativi” e rimarcando alcuni aspetti che cominciano ad evidenziarsi dalla ricerca mi è parso utile cercare di definire meglio ciò che è stata l’evoluzione delle tecnologie digitali negli ultimi 20 anni perché la ritengo utile a sciogliere alcuni equivoci sul concetto ricorrente di “competenze digitali”.
Lavorando con le classi digitali, mi è parso sempre più evidente come l’accelerazione impressa dai nuovi media stia cambiando il contesto in cui si opera e conseguentemente, l’approccio agli strumenti che si utilizzano.
La prima variazione significativa è la denotazione dell’aggettivo “digitale” che, fin troppo abusato, sembra ormai qualificare azioni, oggetti e processi diversi da quelli che circoscriveva solo pochi anni fa.
La domesticazione del digitale, pensiamo solo ai telefoni, alla tv, o ai giochi, ha avuto esiti difficili da immaginare anche solo qualche anno fa. Il livello di penetrazione dei dispositivi digitali nelle nostre case è ormai elevatissimo a dispetto della ancora relativa bassa percentuale del pc e delle connessioni ad internet.
L’usabilità degli stessi dispositivi che ne abbassa la curva di apprendimento, favorisce la rapida diffusione degli oggetti cosicché questi entrano in modo trasparente nelle nostre azioni ed abitudini quotidiane.
In altre parole l’esplosione incontrollata del mobile, smartphone, tablet e altro, ci ha reso tutti più o meno inconsapevolmente digitali.
Solo qualche anno fa all’aggettivo digitale era associata una sola macchina: il computer: esso richiedeva una serie di pratiche operative che assolvevano a funzioni e processi sempre più sofisticati.
Il computer, al di là delle considerazioni teoriche che di lì a poco dovevano venire, era ancora uno “strumento”, un mezzo la cui teoria abilitava a pratiche sempre più complesse.
La sperimentazione, la simulazione, la programmazione, insieme alla pluralità dei codici e dei canali che erano messi in gioco rappresentavano, semplificando molto, il vero valore aggiunto all’impiego dei pc in molti interventi formativi.
Le caratteristiche cui ho fatto riferimento sembrano tuttavia scomparse dall’orizzonte del digitale: è sufficiente l’evocazione del termine per accorgersi che pochi soggetti pensino principalmente al pc.
Sembra scomparsa o perlomeno molto più attenuata quella dimensione produttiva e operativa del computer che facilitava la problematizzazione, la scoperta, l’analisi.
Se osserviamo poi da vicino i comportamenti dei “loro malgrado nativi” sembra eclissarsi anche un’altra funzione che distingueva i dispositivi digitali almeno fino all’affermarsi di Facebook.
L’affermazione planetaria di internet che ha accompagnato l’inizio del secolo ha contribuito alla progressiva sovrapposizione del dispositivo digitale ai mezzi di informazione e comunicazione.
Ancora oggi l’attenzione che dedichiamo alla rete è per lo più indirizzata verso la gestione dell’informazione in tutti i suoi aspetti, a cominciare da quelli sociali, economici e politici per finire con le sue potenzialità comunicative e relazionali.
Esiste tuttavia un impercettibile scarto, con tutta evidenza generazionale, nell’ossessione per la connessione.
Nei ragazzi infatti tutto ciò sembra perdere rapporto con i principali bisogni informativi: la ricerca e il reperimento del dato è ormai fuori dall’orizzonte valoriale delle cose.
A questo gioca anche il fatto che l’informazione non agisce più in regime di scarsità e ormai appare poco economico fare ricorso a massicce risorse biologiche quando si dispongono performanti memorie esterne e archivi digitali.
Ciò che quindi emerge e sembra prevalere nell’uso quotidiano dei dispositivi digitali è la dimensione relazionale che, quasi inavvertitamente, ha provocato un leggero spostamento semantico della stessa parola.
Digitale oggi è una sorta di ecosistema nel quale si esercitano, più o meno inconsapevolmente, diverse pratiche sociali che incidono, determinano e influenzano la costruzione del sé e dei sistemi sociali di riferimento.
É forse per questo che i ragazzi sono poco interessati alle procedure di gestione di questo o quel software, di come si imposta correttamente una ricerca o di quali sono le caratteristiche di un sito web attendibile.
Il dispositivo deve essenzialmente abilitarli all’accesso, alla costruzione dell’ambiente di riferimento e infine connotarli come operatori; a loro spetta condividere quel set minimo di competenze utili a farsi riconoscere e mantenere contatti e relazioni.
Quando parliamo di competenze digitali ci riferiamo a questo insieme di cose? 

domenica 21 febbraio 2016

Google Presentazioni: pubblicare sul web a tutto schermo

Con gli amici del gruppo "Viaggiare in Clil", progetto sperimentale che vede coinvolte diverse scuole di Torino, proprio l'altro ieri (venerì 19 febbraio) abbiamo approfondito l'uso delle google apps nella didattica.
Spero d'essere stato abbastanza chiaro e soprattutto aver trasmesso delle informazioni utili, facilmente trasferibili sul piano operativo.
Fra le altre cose, molto interesse ha riscosso la condivisione pubblica dei documenti di lavoro.
Ottenere un link veloce e affidabile per pubblicare un lavoro sul web è sicuramente una delle funzioni più interessanti delle google apps.
Proprio in riferimento a questi dettagli tecnici di pubblicazione, volevo fare una precisazione utile soprattutto ad alcune colleghe che, a fine intervento, mi hanno posto una domanda cui forse non ho dato sufficienti indicazioni.
Alcune di loro, che intendevano mettere in rete una presentazione, mi chiedevano come fosse possibile farlo senza che venisse visualizzata anche l'area dell'editing, così come accade condividendo il documento secondo le procedure standard.
Insomma una visualizzazione del lavoro con un link che punti direttamente alla presentazione a tutto schermo!
Ecco la procedura:
  • con il documento aperto clicchiamo sul menu FILE ->PUBBLICA SUL WEB
  • nel popup che si apre è sufficiente cliccare sul pulsante PUBBLICA ->, confermare e verrà visualizzato il link di pubblicazione del documento!
Di default è inoltre attivata la proprietà - Ripubblica automaticamente in caso di modifiche; otterrete così l'aggiornamento in tempo reale alle modifiche di lavoro.
Comodo! Non è vero?!
 

mercoledì 3 febbraio 2016

Al Bett Show di Londra

Venerdì 22 gennaio ho avuto la fortuna di fare una visita al Bett Show di Londra: il più importante salone sulle tecnologie digitali per la formazione del Regno Unito.
Si tratta di un evento annuale in cui si danno appuntamento tutte le imprese che costruiscono, progettano e trattano materiali, hardware, software e altro legato al mondo dell’educational.
Le dimensioni che ha assunto l’evento londinese in termini di spazi espositivi, coinvolgimento delle aziende partecipanti, numero elevatissimo di visitatori da tutti i continenti, ne fanno uno degli eventi più importanti del settore in Europa.
Il colpo d’occhio è infatti impressionante: un immenso padiglione espositivo, dove è possibile scorgere in ogni angolo novità e tendenze di tutte le principali aziende ICT.
Dalla Microsoft a Google fino alle più piccole startup coreane è tutto un proliferare di dispositivi e software appositamente progettati per rispondere ai diversi bisogni della didattica e dell’apprendimento.
L’impatto è così notevole che almeno all’inizio si fa fatica ad orientarsi e, un po’ come bambini, è facile farsi distrarre da questo o quello stand dove magari sono in piena operazione stampanti 3D o i simpatici robot che, efficientemente programmati, compiono improbabili performance.
Molto interessante era anche il nutrito calendario di interventi e seminari organizzati negli spazi espositivi dell’organizzazione oppure nei grandi stand che, alcune grandi imprese, hanno costruito appositamente per realizzare laboratori e workshop dedicati ai loro prodotti.
Un resoconto dettagliato dell’evento sarebbero difficile anche per chi avesse avuto la costanza di seguirlo per tutti e quattro i giorni di apertura: erano così tanti i punti di interesse, le manifestazioni e gli eventi che era impossibile far tutto in una sola giornata.
Ho conservato tuttavia alcune impressioni che definire tendenze sarebbe pretenzioso, ma segnalano con buona approssimazione le cose che, pur non essendo delle novità assolute, erano sicuramente le più evidenti fra quelle presenti al salone.
La prima, testimoniata dal gran numero di dispositivi presenti, è la “tablettizzazione” della LIM.
Il noto strumento d’aula ha ormai tutto integrato e delle sue tradizionali parti costitutive oggi sembra poter fare a meno sia del PC sia del proiettore.
É, come dicevo, una specie di tablet gigante dalla diagonale minima di 77’’ ormai persino troppo multitouch, giacché ci sono marche che vantano il supporto di decine e decine di tocchi contemporanei!
Un’altra tendenza molto evidente è la sempre più estesa ibridazione fra dispositivi digitali e arredi d’aula.
In particolare fra i tanti oggetti interessanti spiccavano banchi e tavoli da lavoro la cui superficie principale era costituita quasi interamente da uno schermo sensibile, molto simile ad un tablet.
Ce n’erano di ogni foggia e dimensione, particolarmente attraenti alcuni molto colorati a forme molte ampie, quasi a costituire delle piccole isole multimediali adatte al lavoro di gruppo. La grande attenzione alla resistenza e alla elasticità dei materiali evidenziava immediatamente a quale utenza facevano riferimento le linee progettuali di questi oggetti. A tal proposito mi hanno colpito alcune cover che, adatte a diversi dispositivi a cominciare dai tablet, avevano forme molto ergonomiche e un forte impatto estetico ma di sicura efficacia in caso di urto o caduta; erano così diffuse che sembravano quasi uno standard di sicurezza soprattutto per le scuole primarie.
L’ultima tendenza molto evidente, visti anche il nome delle aziende coinvolte e gli spazi fisici dedicati alle attività di approfondimento, era la gamification.
Il concetto non è nuovo e da circa un lustro compare spesso fra le nuove metodologie didattiche spesso correlate con scuole o classi ad alta densità digitale.
L’aspetto ludico - a dir la verità - era quasi un filo rosso che legava molte delle tecnologie presenti al salone.
Le forme, i colori e le funzioni dei dispositivi presenti erano evidentemente pensati per un modo di intendere l’apprendimento molto distante dall’immagine triste e paludata cui spesso viene associato.
Il sospetto che la progettazione assecondasse anche alcune strategie di mercato resta molto forte, soprattutto per quegli oggetti che a ben vedere, oltre ai pregi estetici, non sembravano portare alcun valore aggiunto nel lavoro d’aula.
É comunque un dato il fatto che elementi, tecniche, linguaggi e strategie formative assomigliano sempre di più ai giochi che dalla loro hanno almeno il pregio di coinvolgere e motivare gli attori partecipanti spingendoli ad approfondire tutte le potenzialità dei contesti di apprendimento.
Per dare solo l’idea di quale importanza avrà nell’agenda futura il concetto e le pratiche legate alla gamification basta dare un’occhiata a quanti eventi aveva messo in calendario lo spazio “Learn Live” della Microsoft dedicato, per fare solo un esempio, a Minecraft in Education

sabato 28 novembre 2015

Un gioco: Cyber Jungle

Uno dei punti sensibili delle tecnologie digitali a scuola è senza dubbio la sicurezza in rete. Prima ancora di acquisire le compentenze di base dei mezzi che utilizzano, i nostri ragazzi si immettono, con un'abilità straordinaria, in tutti i più recenti flussi comunicazionali. Mail, chat pubbliche e private, video chiamate e qualt'altro sono ormai ambienti digitali frequentatissimi dai ragazzi in età sempre più precoce.
Un programma formativo indirizzato ai nuovi media non può quindi fare a meno di includere attività di informazione volte a consolidare le competenze e soprattutto quelle consapevolezze utili ad evitare le trappole più comuni, le ingenuità ricorrenti ma anche le proprie responsabilità di comunicatori.
Al riguardo la classe ha da poco scoperto un gioco interessate basato su questi temi: Cyber Jungle.
L'app, sviluppata dell’unità di ricerca Mobile & Usability dell'Istituto Superiore Mario Boella di Torino, è divisa in tre livelli anche se per ora si possono usare solo i primi due dato che il terzo non sembra ancora attivo.
Il gioco è simile al famosissimo Monopoli, ed e' costituito da un tabellone di forma quadrata, diviso in ventisette caselle; si avanza lanciando un dado virtuale e in ciascuna casella bisogna rispondere ad una domanda legata al cyber bullismo e alla sicurezza in rete.
Il suo scopo dichiarato è misurare la conoscenza e la consapevolezza nell'uso delle tecnologie.
L'app per sistemi android oltre che divertente è utile a focalizzare l'attenzione su alcuni temi sensibili; efficace soprattutto come punto di partenza per ulteriori approfondimenti legati ai diversi temi che affronta.

 

giovedì 19 novembre 2015

Ancora sulla didattica digitale!

Il dibattito sulla didattica digitale ultimamente sembra si sia fatto più complesso, addirittura fuorviante.
Dopo il rapporto OCSE che, almeno apparentemente, bocciava la scuola digitale, le posizioni di dirigenti scolastici ma anche di autorevoli decisori politici si sono fatte più sfumate e prudenti.
Mi piacerebbe quindi ribadire almeno due punti che mi sembravano chiari già nel lontano 2009 quando un certo numero di docenti furono impegnati nella prima sperimentazione denominata cl@ssi 2.0. e, come da buona tradizione, ignorati circa gli esiti e le criticità che pure segnalarono
1. La  condizione necessaria
Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che la grande terza rivoluzione digitale in corso ha investito in pieno i processi relativi all’informazione e con essi i complessi meccanismi della produzione culturale e della sua trasmissione.
Accettate queste premesse può un lavoratore della conoscenza, un formatore di qualsiasi livello coscientemente dichiararsi fuori?
Negare il valore potenziale del digitale è perlomeno anacronistico e si corre il rischio di fare la figura di quell’avvocato di H. Ford che ebbe a dire “Il cavallo resterà, l’auto è passeggera”.
Andare a cavallo è ancora un passatempo piacevole ma la società contemporanea, nei suoi pregi quanto nei difetti, sarebbe inconcepibile senza il suo, per ora, mezzo di trasporto più diffuso.
É per questo (e per tante altre buone ragioni) che ritengo inutile, fuorviante e ozioso qualsiasi dibattito ove ancora si discuta sull’opportunità del digitale nella didattica.
Anzi è proprio nella scuola più di ogni altra istituzione politica e sociale che si dovrebbe programmare il futuro affinché ogni innovazione tecnologica possa essere sempre al servizio della democrazia, della sostenibilità ambientale e di una società capace di riconoscere pari opportunità a tutti.

2. La condizione sufficiente
È importante tuttavia risolvere un equivoco di fondo: digitale e innovazione, anche al netto delle differenze grammaticali, non sono sinonimi anche se talvolta possono condividere il medesimo campo semantico.
Conosco personalmente esperienze didattiche che, pur avvalendosi delle più moderne tecnologie che oggi offre il mercato, sono semplici traduzioni di ordine tecnico di processi noti.
La maggior parte delle esperienze che quotidianamente si trovano in rete sono rubricabili sotto questa categoria e, pur essendo notevoli esempi di didattica digitale, non vanno aldilà di apprezzabili sforzi di adeguamento e compensazione.
Innovare, è bene ribadirlo, non significa tecnologizzare ma produrre un miglioramento significativo e generalizzato dei prodotti e dei processi sottoposti a verifica.
Nella scuola poi tutto ciò significherebbe sperimentare nuovi paradigmi in grado di esercitare le conoscenze, le competenze e le abilità che faranno dei nostri ragazzi consapevoli cittadini del XXI secolo.
Occorrerebbe per questo un contesto più complesso, un modo radicale di concepire la scuola e la formazione contemporanea in grado di mettere in discussione la stessa architettura del sapere e le infrastrutture sul quale ancora saldamente poggia.
Per dirla con Papert “gli educatori progressisti non si considerano semplicemente insegnanti che offrono agli studenti un modo alternativo di imparare le stesse nozioni, ma privilegiano un diverso tipo di sapere”. (S. Papert, 1980)